Della società italiana dopo l’Urss

di Andrea Cilento

Può sembrare il titolo di un saggio sull’Italia primi anni Novanta. Invece vuole essere un appunto sulla società italiana di oggi. Dopo il 1947 l’Italia è stata consegnata culturalmente a quel territorio intellettuale in cui dottrine apparentemente opposte si incontrano a meraviglia grazie ad una loro interpretazione semplificata e condita di moralismo. È noto come “catto-comunismo”: la considerazione letterale, e quindi impoverita, dell’insegnamento di Cristo (che ben altro spessore trova se letto alla luce della tradizione ermetica e del suo robusto insegnamento su cosa è l’Uomo nei suoi strati più profondi) ha portato a una naturale diffidenza verso ricchezza, impresa, benessere, su cui si è felicemente saldato l’odio di classe ottocentesco di ascendenza marxista. Oggi, dopo il fallimento comunista, chi amava questa visione del mondo è diventato no global, statalista, maniaco della legalità (che non è quasi mai sete di Giustizia). Un neocomunismo che, culturalmente, è maggioranza nel Paese. Come il Benedetto Croce del non possiamo non dirci cristiani, credo che oggi dobbiamo prendere atto che non possiamo non dirci comunisti. Facciamo qualche esempio: in USA molte startup nascono con feste in cui 100 amici dei fondatori rischiano 1000 dollari a testa nel capitale della nuova azienda. Provate a farlo in Italia: gli amici, anche i meno comunisti intesi come voto nell’urna, se la daranno a gambe levate, lo Stato potrebbe incriminarvi per raccolta abusiva del risparmio, reato penale punito con fino a 3 anni di carcere. La visione catto-comunista ha grande successo almeno per questi motivi:

  1. Fa sentire buoni. Contiene talmente tanti buoni principi secondo la mentalità media, che è rassicurante.
  2. Toglie responsabilità all’individuo, che preferisce largamente stare sotto lo Stato che doversi dar da fare da sé. Anche lamentarsi dello Stato è un magnifico modo di esentarsi da impegni. Ricordo spesso la frase di Freud: “Molte persone preferiscono non essere libere perché essere liberi implica responsabilità.”

Da storico della cultura credo che qui sia il principale motivo della crisi italiana, che poco c’entra con la crisi globale del 2008 ed è tutta legata alla nostra storia postbellica e alla fine del nostro ruolo strategico nella guerra fredda. Finiti i sostegni di Usa e Urss abbiamo dovuto fare i conti con la competizione vera. Ad oggi non siamo culturalmente pronti. Meglio pretendete che lo Stato ci mantenga.

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