Contributo alle domande di G. Ferrara su capire chi è il jihadista

di Andrea Cilento 

Su Il Foglio di oggi 29 dicembre 2016 un bel pezzo di Ferrara finalmente si occupa degli aspetti psichici del jihadista, cruciali quanto solitamente ignorati. Cito Ferrara:

Perché ci riesce così difficile l’operazione razionale del distinguere, dell’identificare, del connotare i combattenti, anche quando operano sotto la luce artificiale dei servizi che li seguono e li controllano e li fotografano in giro per l’Europa…

A mio parere la risposta sta in un tema molto ampio: i nostri Stati e le forze di polizia non hanno sufficiente cultura psicanalitica. Cioè dei fenomeni inconsci, nascosti agli stessi jihadisti, che si manifestano sotto le forme più varie dell’autolesionismo come vendetta verso coloro che ritengono colpevoli delle loro frustrazioni. Questa carenza gravissima fa molte più vittime dei jihadisti nei fenomeni dello stalking e crimini commessi da persone apparentemente “normali”. Tra femminicidi e stragi familiari credo si superino le 30o vittime/anno in Italia. Chi ucciderà pur essendo un rispettabile insegnante, psicologo, poliziotto, guardia giurata, medico etc, ha dato mille segnali nel corso della sua esistenza. Fin dall’asilo. Ma la carenza colossale del sistema li ha ignorati. Fermare jihadisti lupi solitari è come fermare stalker: intervenire prima che cimmettano crimini fisici. Capire i segnali e intervenire subito. Fermare e tentare il recupero di personalità che covano odio per motivi annidati nel loro inconscio. La legge stalking non è così male. Ma è inapplicata perché la Polizia a livello di Commissariati cioè a livello di prossimità al cittadino, non ha cultura né priorità a fermare ai primi segnali. Non penso a psicopolizia. Penso a fermare per aiutare. A offrire la chance di amare anziché odiare. Amare se stessi, anziché odiarsi.

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